Attività e presentazione del Comitato Genitori del Liceo Scientifico Statale "Enrico Fermi" di Padova

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Prima la salute, ma subito dopo la scuola. Lettera aperta

Studenti con mascherina
Foto di Max Fischer, Pexels

Egregio Presidente Luca Zaia,
il momento è drammatico e la comprensione per la difficoltà delle scelte che la politica è chiamata a fare è massima.

Ma all’indomani dell’ultimo provvedimento che conferma la chiusura delle scuole superiori (perché di questo si tratta, essendo la DAD un palliativo che non può soddisfare le esigenze di apprendimento e crescita culturale e umana dei nostri figli adolescenti, nonostante tutta l’inventiva e la buona volontà dei dirigenti scolastici e dei docenti) per noi genitori non è più possibile tacere. Lo dobbiamo ai nostri figli.

I ragazzi delle scuole superiori, oltre 200.000 in Veneto, hanno interrotto il loro percorso nelle aule a febbraio 2020 e non hanno ancora potuto seriamente riprenderlo, a eccezione di poco più di un mese all’inizio di quest’anno scolastico, chi al 75%, chi al 50%, a giorni o settimane alterne.

Dopo un’estate sostanzialmente “normale” che ha visto aperte anche le discoteche, dopo un periodo natalizio in cui si sono legittimamente privilegiate le attività commerciali, ci chiediamo se l’aumento dei contagi possa ancora essere fatto ricadere sulle scuole superiori, precludendo a tutti (didattica in presenza 0%) l’accesso alla scuola e al normale insegnamento, sul presupposto che si teme l’assembramento al di fuori degli istituti scolastici.

Non entriamo nel merito del provvedimento, ma chiediamo a gran voce che la scuola e la formazione dei nostri figli siano la priorità e non invece una delle ultime ruote del carro. Ci domandiamo se sia possibile che nel dibattito pubblico della nostra Regione la crescita di una generazione venga dopo l’apertura delle piste di sci.

Perché si tratta realmente di incidere sulle sorti di una generazione, non solo nel momento attuale che essa vive, ma nelle sue possibilità future: professionali, sociali, ideali. E nella scala di valori che le trasmettiamo.

Crediamo quindi che vadano rimossi tutti i reali ostacoli alla riapertura; le scuole non sono state il principale veicolo di diffusione del virus, anche grazie a tutti i concreti passi fatti per renderle sicure.

Ma soprattutto, è importante venga attuato un piano di graduale ripartenza della didattica in presenza dal 1° febbraio 2021, non prorogabile, anche minimale nelle fasi iniziali, coordinando tutti gli attori in gioco, garantendo come citato nell’ordinanza la rimodulazione degli orari e il potenziamento del trasporto pubblico locale, a evitare che l’oggettiva incertezza dei numeri della pandemia in Veneto comporti ulteriori rinvii.

Se non combattiamo per e con i nostri ragazzi non c’è un futuro a cui la politica e la società possano pensare.

Certi che potrà comprendere tutte le ragioni di questo appello e farsene carico, La salutiamo cordialmente.

Rappresentanti dei genitori e genitori dei ragazzi e delle ragazze delle scuole superiori

Il futuro

Foto Ben Blennerhassett, Unsplash

Più di qualche persona in questi giorni mi ha chiesto perché i genitori della scuola o il Consiglio di Istituto non prendono ufficialmente posizione in merito alla situazione scolastica attuale, alla didattica a distanza, perché non si reclama a gran voce il ritorno a scuola in presenza.

Rispondo a titolo personale, scusandomi se la mia risposta non seguirà un ragionamento organico.

In primo luogo ciò che personalmente colpisce e disorienta in questi mesi non è il silenzio di pochi ma il parlare di molti: tutti i mezzi di comunicazione sono inondati di gente che parla, che esprime pareri, anzi il più delle volte certezze, su questioni di cui nulla sanno e nulla sapevano fino al giorno precedente. Gli abituali frequentatori di facebook non hanno evidentemente mai letto Marco Aurelio che 2000 anni fa sosteneva che: “Il parere di diecimila uomini non ha alcun valore se nessuno di loro sa niente sull’argomento”. 

Il problema ancor più grave è che anche coloro che sanno o dovrebbero sapere, oltre a coloro che pensano di sapere, hanno da mesi messo in scena uno spettacolo penoso, dannoso, fatto di controversie, contraddizioni, superficialità, protagonismi che ha alimentato solo disorientamento e contribuito alla diffusione di convinzioni e comportamenti irresponsabili.

Ormai tanti anni fa, e mi scuseranno gli insegnanti di latino se sbaglio, studiavo a scuola la consecutio temporum. In questo tempo sarebbe necessario avere ben chiara la consecutio disgraziae. L’emergenza che stiamo vivendo, nonostante molti continuino a negarlo, è prima di tutto sanitaria. Non si possono mettere le problematiche sullo stesso piano e non si può negare l’evidenza: disconoscerla è un’offesa grave per tutte le persone che non ce l’hanno fatta e per le tutte le persone che in condizioni estreme, e di questo ne sono diretto testimone, tentano di porre un freno, un argine a una malattia che miete e continua a mietere vittime. È vero che nella maggioranza dei casi, non nella totalità, le vittime sono già per loro conto fragili se non altro per età, ma questo cosa vuol dire? La civiltà di una società credo debba essere valutata dal livello di protezione che sa offrire alle persone più deboli, non certo a quelle più forti, così come credo il livello di una scuola si misuri sulla cura e sull’attenzione che sa riversare su chi è maggiormente in difficoltà, senza nulla togliere a chi è già bravo di suo che, paradossalmente, avrebbe meno bisogno della scuola.

Premesso quindi, anche se non è assolutamente accettato da tutti, che l’aspetto sanitario ha la priorità perché è il principio e l’origine di ogni emergenza, dopo cosa viene? A cosa è stata data priorità in questi mesi, soprattutto negli ultimi?

Non è semplice rispondere a questa domanda perché ovviamente e legittimamente per ogni categoria la priorità è la propria. Si è cercato di salvare un po’ tutto inventandosi anche ardite soluzioni cromatiche distinguendo giorni festivi e prefestivi da quelli feriali, variazioni pomeridiane, coprifuochi notturni e altre fantasiose e localistiche soluzioni quasi proiettando sul virus una capacità logica e di discernimento che non gli appartiene.

E la scuola? 

Come tutti sanno le scuole hanno fatto sforzi enormi, anche grazie a sostanziosi finanziamenti, per adeguarsi e rendere gli ambienti non dico sicuri, perché la sicurezza non esiste, ma a rischio contenuto. Ora, pare che le superiori riaprano se il livello del contagio scenderà almeno entro quei limiti che possono garantire l’efficacia del tracciamento in caso di positività. 

È una scelta che personalmente condivido perché quando è in ballo la salute degli altri non si può ragionare a prescindere. È giusto che la scuola possa aprire quando le condizioni lo permetteranno. 

Il problema è che se non cambiamo orizzonte le condizioni non lo permetteranno mai. Se non si fa nulla di concreto se tutto rimane aperto tranne la scuola, tanto che i ragazzi possono trovarsi al bar ma non in classe, le condizioni per tornarci non le avremo ancora per mesi e questo davvero non possiamo permettercelo. Non possono permetterselo soprattutto i ragazzi cui il virus, ma anche l’ordine delle nostre priorità, sta rubando presente e futuro, non può permetterselo la società in generale perché questo si sarebbe un debito, quello formativo, difficile, anzi impossibile da recuperare.

Chiudere la scuola a differenza di altri provvedimenti, non ha un costo economico immediato, la chiusura non richiede e reclama ristori.

Bisogna decidere se valga la pena o meno scommettere sul futuro. Per noi sì.

Antonio Busato

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