Foto Ben Blennerhassett, Unsplash

Più di qualche persona in questi giorni mi ha chiesto perché i genitori della scuola o il Consiglio di Istituto non prendono ufficialmente posizione in merito alla situazione scolastica attuale, alla didattica a distanza, perché non si reclama a gran voce il ritorno a scuola in presenza.

Rispondo a titolo personale, scusandomi se la mia risposta non seguirà un ragionamento organico.

In primo luogo ciò che personalmente colpisce e disorienta in questi mesi non è il silenzio di pochi ma il parlare di molti: tutti i mezzi di comunicazione sono inondati di gente che parla, che esprime pareri, anzi il più delle volte certezze, su questioni di cui nulla sanno e nulla sapevano fino al giorno precedente. Gli abituali frequentatori di facebook non hanno evidentemente mai letto Marco Aurelio che 2000 anni fa sosteneva che: “Il parere di diecimila uomini non ha alcun valore se nessuno di loro sa niente sull’argomento”. 

Il problema ancor più grave è che anche coloro che sanno o dovrebbero sapere, oltre a coloro che pensano di sapere, hanno da mesi messo in scena uno spettacolo penoso, dannoso, fatto di controversie, contraddizioni, superficialità, protagonismi che ha alimentato solo disorientamento e contribuito alla diffusione di convinzioni e comportamenti irresponsabili.

Ormai tanti anni fa, e mi scuseranno gli insegnanti di latino se sbaglio, studiavo a scuola la consecutio temporum. In questo tempo sarebbe necessario avere ben chiara la consecutio disgraziae. L’emergenza che stiamo vivendo, nonostante molti continuino a negarlo, è prima di tutto sanitaria. Non si possono mettere le problematiche sullo stesso piano e non si può negare l’evidenza: disconoscerla è un’offesa grave per tutte le persone che non ce l’hanno fatta e per le tutte le persone che in condizioni estreme, e di questo ne sono diretto testimone, tentano di porre un freno, un argine a una malattia che miete e continua a mietere vittime. È vero che nella maggioranza dei casi, non nella totalità, le vittime sono già per loro conto fragili se non altro per età, ma questo cosa vuol dire? La civiltà di una società credo debba essere valutata dal livello di protezione che sa offrire alle persone più deboli, non certo a quelle più forti, così come credo il livello di una scuola si misuri sulla cura e sull’attenzione che sa riversare su chi è maggiormente in difficoltà, senza nulla togliere a chi è già bravo di suo che, paradossalmente, avrebbe meno bisogno della scuola.

Premesso quindi, anche se non è assolutamente accettato da tutti, che l’aspetto sanitario ha la priorità perché è il principio e l’origine di ogni emergenza, dopo cosa viene? A cosa è stata data priorità in questi mesi, soprattutto negli ultimi?

Non è semplice rispondere a questa domanda perché ovviamente e legittimamente per ogni categoria la priorità è la propria. Si è cercato di salvare un po’ tutto inventandosi anche ardite soluzioni cromatiche distinguendo giorni festivi e prefestivi da quelli feriali, variazioni pomeridiane, coprifuochi notturni e altre fantasiose e localistiche soluzioni quasi proiettando sul virus una capacità logica e di discernimento che non gli appartiene.

E la scuola? 

Come tutti sanno le scuole hanno fatto sforzi enormi, anche grazie a sostanziosi finanziamenti, per adeguarsi e rendere gli ambienti non dico sicuri, perché la sicurezza non esiste, ma a rischio contenuto. Ora, pare che le superiori riaprano se il livello del contagio scenderà almeno entro quei limiti che possono garantire l’efficacia del tracciamento in caso di positività. 

È una scelta che personalmente condivido perché quando è in ballo la salute degli altri non si può ragionare a prescindere. È giusto che la scuola possa aprire quando le condizioni lo permetteranno. 

Il problema è che se non cambiamo orizzonte le condizioni non lo permetteranno mai. Se non si fa nulla di concreto se tutto rimane aperto tranne la scuola, tanto che i ragazzi possono trovarsi al bar ma non in classe, le condizioni per tornarci non le avremo ancora per mesi e questo davvero non possiamo permettercelo. Non possono permetterselo soprattutto i ragazzi cui il virus, ma anche l’ordine delle nostre priorità, sta rubando presente e futuro, non può permetterselo la società in generale perché questo si sarebbe un debito, quello formativo, difficile, anzi impossibile da recuperare.

Chiudere la scuola a differenza di altri provvedimenti, non ha un costo economico immediato, la chiusura non richiede e reclama ristori.

Bisogna decidere se valga la pena o meno scommettere sul futuro. Per noi sì.

Antonio Busato