Campo di Lipa, foto di Mattia Donati, Comunità di Sant’Egidio. Tutti i diritti riservati

Il primo novembre del 2005 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha sancito che il 27 gennaio diventasse il Giorno della Memoria. Lo ha fatto per aiutarci a ricordare una delle pagine più tragiche e orribili della storia dell’uomo avvenuta nel secolo scorso: la Shoah, lo sterminio di milioni di ebrei. Tutto questo nasce dalla convinzione che ricordare, anche a distanza di tanti anni, ci aiuta a non ripetere gli errori del passato, ci garantisce un futuro migliore. L’Italia aveva deciso di istituire questa giornata già nel 2000. Forse con un po’ di orgoglio possiamo dire di avere una memoria migliore?  

Sicuramente non tutti abbiamo la stessa memoria, ce ne accorgiamo bene da studenti. Chi ha buona memoria sembra far meno fatica. Ma non si tratta solo di una dote naturale, anche esercitare la memoria dà buoni risultati. Lo studio e l’impegno, così come per uno sportivo o per un musicista l’allenamento e l’esercizio costante, alla lunga ripagano. E tutto questo bagaglio rimane per sempre con noi, diventa parte di noi. 

Sono appena rientrata dalla Bosnia-Erzegovina, dove con alcuni amici della Comunità di Sant’Egidio, abbiamo voluto recarci per fare una visita ai tanti profughi di passaggio in quel paese o in alcuni casi bloccati lì da molto tempo, a volte anni. Accade dal 2018, da quando il percorso per arrivare in Europa non può più avvenire attraverso l’Ungheria, dove nel 2015 è stato costruito un muro lungo il confine con la Serbia per impedire il passaggio dei migranti che percorrono la cosiddetta rotta balcanica. Sono diverse migliaia di persone che vivono in condizioni difficili, aggravate da un inverno rigido. Alcuni sono ospitati in campi molto affollati, in condizioni igienico-sanitarie molto precarie, altri sono sistemati in edifici e case abbandonate o in ripari improvvisati nei boschi.

Campo di Lipa, foto di Mattia Donati, Comunità di Sant’Egidio. Tutti i diritti riservati

Abbiamo fatto un viaggio davvero breve , circa sei ore di macchina. Non si può dire lo stesso per loro, alcuni sono in viaggio da anni dopo essere partiti dall’Afghanistan, dal Pakistan, dal Bangladesh, dalla Siria, dall’Iran, dall’Iraq e da altri paesi. 

Quello che ho visto e ascoltato è già parte della mia memoria, una memoria personale, che spero diventi memoria collettiva attraverso i racconti e le foto.

Campo di Bihac, foto di Mattia Donati, Comunità di Sant’Egidio. Tutti i diritti riservati

Mi sono chiesta davanti a questi volti, molti dei quali giovani, giovanissimi, la stessa età dei miei figli e di tanti ragazze e ragazze che frequentano (oggi un po’ a distanza) le scuole superiori: perché i fenomeni migratori obbligati, le guerre, le ingiustizie generate dalla povertà o dai cambiamenti climatici, la mancanza di prospettive non sembrano avere mai fine per milioni di persone? Forse oggi è addirittura peggio di trent’anni fa, quando ero io una liceale. O forse allora non avevo memoria di tante situazioni? La risposta non è facile da trovare. Di sicuro sappiamo che chi non è ricordato da nessuno tende a morire, a svanire dagli orizzonti della storia. Al contrario l’essere ricordati e amati fa vivere.

Campo di Bihac, foto di Mattia Donati, Comunità di Sant’Egidio. Tutti i diritti riservati

Lo si vede chiaramente con i bambini, con i giovani, ma anche con gli anziani che oggi ancora più isolati dalla pandemia si lasciano morire. In uno dei suoi romanzi Isabelle Allende fa dire ad una madre morente: “La morte non esiste, figlia. La gente muore solo quando viene dimenticata”.

Alzare lo sguardo, conoscere la storia di ieri e di oggi, lasciare che diventi memoria è scegliere per la vita e non per la morte e l’oblio. Se facciamo vivere ogni giorno chi  è accanto a noi dandogli valore e ricordandoci di lei o di lui, allo stesso modo possiamo tenere in vita popoli interi. 

Campo di Miral, foto di Mattia Donati, Comunità di Sant’Egidio. Tutti i diritti riservati

In Bosnia ho conosciuto Niki, Laki, Quadradola. Mi hanno parlato dei paesi da cui provengono, dei loro desideri, del sogno di una vita in cui essere liberi, in cui poter terminare gli studi o trovare un lavoro. Mi hanno raccontato affranti di come al confine croato vengano respinti più e più volte con la violenza, per impedirgli di entrare in Europa, la patria dei diritti umani e dei valori universali. “The game” lo chiamano, si vince o si perde. Tentare di passare il confine e di eludere il controllo della polizia è un gioco pericoloso e crudele che continuano a tentare animati da una grande speranza. Desidero imparare questi nomi, questi volti, questi sorrisi, queste storie un po’ a memoria, così come ricordo certe poesie imparate a scuola da bambina. Non per farne un vanto, non per dire a me stessa “Meno male che hai ancora una buona memoria!”. Lo desidero perché non voglio farli morire, desidero che vivano a lungo, il più a lungo possibile. Questo ci hanno chiesto: quando andrete via, non dimenticateci!

Ricordare, e farlo in tanti, è la risposta a tanto dolore, ricordare è mettere un freno a chi nega questi fatti perché non li ha mai conosciuti o perché cede alla paura. Ricordare smuove le correnti della storia, ci aiuta a scegliere per la vita. Ricordare ci aiuta a restare umani. 

Nicoletta Ariani